Per l’emergenza sanitaria sono usciti dal carcere solo in duecento
La Lega si scaglia contro il decreto del governo che riprende una legge votata proprio dalla Lega dieci anni fa. Nelle galere quasi 10 mila detenuti in più del limite, una bomba sanitaria

Proteste a Rebibbia
Roma. Sono circa 200 i detenuti finora usciti dal carcere grazie al decreto del governo per prevenire il contagio del coronavirus in prigione. Lo ha comunicato ieri alla Camera il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede durante il question time. Non esattamente numeri da “svuota carcere mascherato” come denuncia la Lega, che ieri in aula ha lanciato un grido d’allarme contro un improbabile bomba libera tutti deciso dal governo che consentirebbe “a spacciatori, rapinatori, ladri e truffatori”, ha detto il deputato Jacopo Morrone della Lega, “il beneficio della detenzione domiciliare”.
Per la verità, l’impianto normativo usato dal governo giallo-rosé riprende una legge votata anche dalla fu Lega Nord nel 2010, quando c’era il governo Berlusconi e il ministro della Giustizia era Angelino Alfano. Il cosiddetto “svuota carceri”, appunto. Una norma che in dieci anni, dall’entrata in vigore fino al 29 febbraio 2020 ha fatto uscire di carcere, secondo i dati del ministero della Giustizia, 27.152 persone (poche, secondo alcuni giuristi). Circa novemila nei primi tre anni. E’ stato lo stesso Bonafede a ricordarlo: “La norma approvata da questo governo riprende, snellendolo per un periodo limitato, un meccanismo introdotto in Italia dalla legge numero 199 del 2010, una legge votata dall’allora Lega Nord e dall’allora Popolo delle Libertà, con cui si dava e si dà tutt’oggi al detenuto la possibilità di passare dal carcere alla detenzione domiciliare se deve scontare una pena residua di dodici mesi, successivamente aumentati con altra legge a diciotto. E’ una procedura, quella prevista dalla legge del 2010, su cui bisognava intervenire viste le risorse limitate e l’emergenza sanitaria in corso… Mi limito a constatare che siamo di fronte a due leggi che condividono la medesima logica di fondo”. Dunque, ha aggiunto il ministro “devo dedurre che, secondo gli interroganti, nel 2010 senza alcuna emergenza sanitaria andava bene; oggi, che la Lega è all’opposizione, non va più bene e sarebbe addirittura un indulto mascherato”.
Ma quanti saranno alla fine i detenuti scarcerati grazie alle nuove norme? Capire l’impatto totale è impossibile, ha detto Bonafede: “Non è possibile accertare adesso quanti detenuti passeranno effettivamente alla detenzione domiciliare, mentre posso dire che, oltre ai 50 detenuti passati, dall’entrata in vigore del decreto, alla detenzione domiciliare, 150 detenuti sono stati interessati dalla concessione di licenze in virtù dell’articolo 124 del decreto-legge numero 18 del 2020. Si tratta di detenuti già ammessi al regime di semilibertà che durante il giorno si trovavano già fuori dalle carceri e non vi rientrano più la notte, evitando così il rischio di portare eventualmente il virus all’interno dell’istituto penitenziario”.
Al momento, ha riferito Bonafede, i detenuti contagiati sono 15. Italia Viva ieri tramite Lucia Annibali è tornata a chiedere le dimissioni del capo del Dap Francesco Basentini. “Vi sono operatori che vivono una situazione di forte ansia, dovuta alla mancanza di dispositivi di protezione individuale, permangono difficoltà nell'uso della piattaforma Skype, che oggi sostituisce i colloqui diretti tra detenuti e familiari”, ha spiegato Annibali. La richiesta però non è condivisa dagli alleati, a iniziare dal Pd. “Noi non chiediamo, in questo momento, tanto le dimissioni di qualcuno”, ha detto il deputato Walter Verini rivolto al ministro. “Ora è il tempo di lavorare, accelerare, non di fare polemiche; ma, intanto, le consigliamo, ci permettiamo: rafforzi il vertice del DAP, ce n’è bisogno e magari si cominci col ricoprire prima possibile quel ruolo di vicedirettore che manca da tempo”. Insomma, ha detto Verini, “bisogna accelerare, fare presto. Nelle carceri ci sono quasi 10 mila detenuti in più della capienza, una bomba sanitaria. Non si tratta soltanto di rispettare la civiltà e la Costituzione, che impongono pene certe, ma umane, tese a non far delinquere più chi ha pagato il suo debito e torna nella società”.